domenica 21 febbraio 2010

Finirà

"Quando finirà? ci chiedavamo noi giovanissimi antifasciti. Perché tutto inizia e tutto poi ha una fine, è nelle cose. E quindi anche il Fascismo dovrà finire, ci dicevamo".

Il mio anziano amico cercava d'incoraggiarmi così, quando gli dicevo che il berlusconismo mi sembrava durasse da un'eternità.

"Guarda, quando si seppe che il Fascismo era finito, ci fu un casino enorme, ma sembrava che l'Italia avesse vomitato il boccone avvelenato che girava nella sua pancia da vent'anni. Eravamo stravolti, ma finalmente liberati da quel peso.
"Vedrai, anche il berlusconismo finirà. L'italia dovrà vomitare ancora, magari senza quelle violenze, ma con conati e dolore di chi l'ha sostenuto e invece di punirsi per l'errore, proietterà la sua frustrazione nel rifiuto del suo modello e alla fine si libererà.
"Ci si arrende quando ci si adegua. Noi non abbiamo mai considerato normale il fascismo. Ecco, è questo il segreto per resistere: neanche adesso dobbiamo considerare normale questo berlusconismo. E vedrai che finirà".

Franco, io non m'adeguo. Come hai fatto tu per tutta la vita.

domenica 14 febbraio 2010

Tra le nuvole (film)

Ryan (Clooney) è un sicario aziendale di lusso: comunica i licenziamenti ai dipendenti per conto di grandi aziende. E siccome c'è la crisi, viene mandato da un capo all'altro degli USA per "tagliare teste".

Il suo cinismo e l'uso accurato di parole anestetiche per dare la peggiore notizia che un americano vorrebbe apprendere, ne fanno un professionista molto ricercato.

Il montaggio è micidiale e la sequenza delle reazioni dei dipendenti nel sapere che sono stati licenziati prende lo stomaco. "Dopo 26 che lavoro qui, non mi potete fare questo... Come lo dirò ai miei figli... Che ho fatto di sbagliato?..."

Sì, è un film. Ma a me vengono in mente i lavoratori del Sulcis, della Fiat, quelli sui tetti, i cassaintegrati, i ricercatori della Glaxo. E m'irrigidisco sulla poltroncina.

Ryan si vede con una donna, Alex. Anche lei sempre in giro per lavoro. Quando le loro rotte s'incrociano, fanno l'amore in albergo. Ma niente di più: libero lui, libera lei.
La citazione di Lost in translation non è evidente, ma la destrutturazione "alberghiera" del contesto è simile.

Una nuova assunta, la giovane Anna, sembra più cinica di lui. E propone al capo comune di dividere il lavoro per zone, facendo paventare a Ryan che non andrà più così spesso in aereo, ormai l'unico luogo dove si senta a casa.
La competizione li contrappone, ma il capo li abbina, costringendolo a farle da istruttore.

Il matrimonio della sorella, costringe Ryan a ritornare a casa. Allora propone ad Alex di accompagnarlo, quasi per resistere meglio insieme allo squallore della situazione.

La festa nuziale sembra fallire per un imprevisto, ma Ryan lo risolve brillantemente, ricevendo affetto e riconoscenza dalle sorelle, che per quel gesto lo ritrovano come fratello.

Quella parentesi di "normalità" però, s'insinua nell'orologeria perfetta del suo cinismo e inizia a sfasarlo. Finché, nel mezzo dell'ennesimo convegno motivazionale, Ryan sente perfettamente il primo "vuoto d'aria" della sua vita, molla tutto e corre da Alex senza neanche preavvisarla.

Il film - già con un ritmo incalzante - da qui inizia a correre, a precipitare.
E lui - che pensava che un buon lavoro fisso potesse rendere eccitante una vita precaria - si trova all'improvviso licenziato affettivamente da Alex. Proprio quando pensava a lei per fermarsi, finalmente.

La carrellata dei licenziati che confidano quanto l'amore dei loro cari sia stato importante per sopravvivere al trauma della perdita del lavoro è la parte più bella del film. Bastava un grammo in più per andare sul sentimentale e invece tutto è perfettamente credibile, con dialoghi e volti "veri", da candid camera.

Qui avviene il ribaltamento completo dei significati: Ryan, il bello che volando ha accumulato 10 milioni di miglia, viene risucchiato nella sua solitudine, ormai non più scelta, ma subita; gli impiegati licenziati non hanno più il loro lavoro, ma la rete di affetti che li circonda, li protegge e fa sentire loro che c'è ancora un senso nella loro vita.

Come dire: sei già importante, se hai qualcuno che la sera ti aspetta a casa.
Una rivoluzione nella cultura americana. Ma è solo un film.
Anche se girato con ironia e con una pregevole colonna sonora.

sabato 6 febbraio 2010

Laila



Laila stira e piange.

Che succede?.. perché piangi? faccio entrando in cucina.
"E' da ieri pomeriggio che mi viene da piangere.. io ormai ho 40 anni e non ho figli... non ho una familgia.. e tra poco sarò vecchia e non potrò più avere figli..."

Laila sta con noi da parecchio tempo, è del Marocco, seria e perfezionista. Deve pulire come dice lei, perché per lei fare le cose bene è un onore.
"Ieri sono tornata a casa e ero sola. Ho cucinato qualcosa anche se non avevo fame. Mi sono addormentata sul divano con un peso di tristezza qui, sullo stomaco... Io sono stata fortunata, lo so. Ho una casa, un lavoro, il mio preziosissimo permesso di soggiorno..."

Laila calmati dai, non piangere. Ti faccio un thé caldo..
"...ma poi non trovo il senso di tutti questi miei sacrifici, perché non ho figli".
Ecco, bevi..

"Ma io lo so che devo fare... (mi preoccupo di qualche idea insana) devo telefonare ai miei parenti del Marocco e farmi combianre un matrimonio, poi vado giù e mi sposo".

Così?... senza conoscere prima il tuo futuro marito?.. senza amarlo?
"L'amore viene con il tempo. Anche i miei genitori non si conoscevano quando le loro famiglie si sono accordate per farli sposati, eppure sono stati insieme per tutta la vita. L'importante che il marito lavori e dia i soldi alla famiglia. Se il marito è bravo, la famiglia è serena".

E la moglie?
"Le donne sono sempre brave, faticano sempre. Da piccole, per la loro famiglia; da grandi, per la loro nuova famiglia. Dalla mattina alla sera, senza mai lamentarsi".

E sono felici?
"La felicità è una cosa stupida. La cosa importante è essere in pace. Sapere che tutto quello che fai ha un senso. Ed è importante anche essere in compagnia di altre donne. Noi diciamo che la compagnia è una consolazione: si dice anche qui in Italia?"

domenica 31 gennaio 2010

Eternità

Questa mania per la cremazione mi preoccupa.
Non ne faccio una questione religiosa, ma di tempi.
Infatti, mentre è una pratica molto comoda e igienica sulla terra, si rivelerà un problema nell'aldilà.

Già occorrerà aspettare il Giudizio universale, che si preannuncia molto laborioso per il tentativo di alcuni di pretendere clemenze ad animam, a cui opporrà - in caso di rifiuto - reiterati ricorsi al TAR (Tribunale dell'Altissimo Redentore).
Se a tutto questo ci aggiungiamo anche il tempo necessario alla risurrezione di quelli che hanno fatto spargere le loro ceneri (e che occorrerà ritrovare granello per granello), il tutto sarà lunghissimo.

A consolarmi è il pensiero che ci sarà l'eternità, che è sempre un periodo difficile da trascorrere tenedosi occupati.

mercoledì 27 gennaio 2010

Fortunato

Io non sono ebreo,
ma mi sento ebreo quando penso alla sofferenza dell'Olocausto.

Io non sono palestinese,
ma è come se lo fossi se guardo alla sofferenza di un popolo dimenticato a Gaza

Io non sono una donna
ma soffro per le violenze e le umiliazioni che ancora le donne devono subire.

Io non sono perseguitato,
ma impegno il mio tempo per rimuovere le ingiustizie.

Sono un uomo fortunato,
perché ho ricevuto amore e cultura.

Perché capisco il dolore.

domenica 24 gennaio 2010

Matteo Ricci

In Cina arriva per convertire, ma amodo suo.
Usando pazienza, rispetto e la sua sterminata cultura.

Il gesuita Matteo Ricci (a cavallo tra XVI -XVII sec.) di cose ne sa parecchie.
E la mostra che lo ricorda (Vaticano - Braccio di Carlo Magno) le elenca con dovizia.

Le vetrine sono una sequenza di appunti sulla lingua (che lui apprende con facilità), strumenti ottici, astrolabi armillari, compassi; e carte geografiche, che per il tempo hanno un'approsimazione notevole.

Dopo essere sbarcato in India, a Goa, Padre Ricci inizia una lunga marcia di avvicinamento verso Pechino, quando l'accesso in Cina era quasi impossibile.

A piccoli passi, arriva fino alla corte dell'imperatore, guadagnandone subito la considerazione grazie ai doni di conoscenze che offre, apprezzatissimi dagli studiosi di corte, ghiotti di novità.

Ricci usa anche qualche "effetto speciale": dicono le cronache, infatti, che spesso stupiva l'intera corte memorizzando numerosi ideogrammi, che poi scriveva non solo esattamente, ma nella stessa sequenza con cui gli erano stati proposti.

La parte più interessante per me di questo uomo è il suo approccio amichevole verso la cultura del posto. La sua predicazione si fonda non sulla sostituzione brutale delle usanze tradizionali con le pratiche cattoliche, ma procede con pazienza per armonizzare le due dottrine, individuando tutte le compatibilità possibili.

Del resto, occasioni di intersezioni con il Cristianesimo, il Confucianesimo ne offriva molte e così Padre Ricci rimodula il Vangelo seguendo l'antropologia locale.
Per esempio, importa il simbolo del bambù nel Cristianesimo, con le stesso significato confuciano di forza e resistenza alle avversità e lo fa ricamare nei sui paramenti.

Il risultato di questa autentica volontà di incontro è la conversione convinta di molti cinesi, poverissimi come appartenenti alla corte.

Come accade spesso, però, gli uomini illuminati sono bersaglio dei gretti.
E la curia vaticana dell'epoca non fa eccezione.

Padre Ricci viene criticato, anche duramente per non aver "imposto la verità".
Ma anche in questo caoso, la sua paziente tenacia ha la meglio.

Il Vaticano arriva alle stesse conclusioni con appena 300 anni di ritardo, quando il Concilio Vaticano II approva - anzi promuove - la così detta "inculturazione", cioè proprio il proselitismo missionario rispettoso, seguito da Matteo Ricci.

All'uscita, vedo sulla parete un drappo dell'epoca di una "madonna cinese" con tanto di bambinello con gli occhi a mandorla.

Mi colpisce la sua dolcezza.
E la distanza dell'eco di ritorno di un'immagine così familiare.

sabato 16 gennaio 2010

La prima cosa bella (film)

La nostalgia va saputa maneggiare.
E' come la panna: ingentilisce, ma copre.

Virzì nel suo ultimo film "La prima cosa bella" di panna ce ne mette parecchia, ma senza coprire troppo: nostalgia per la sua Livorno, le canzoni della sua giovinezza, il tempo che porta via le persone, lasciandoci solo il profumo della loro presenza.

Una madre troppo bella per vivere una vita normale, è costretta a fuggire con i suoi due amati figli da un tetto all'altro; da un uomo all'altro.

Ma nonostante tutto, si sforza per far vedere sempre il lato positivo delle cose, quello che il figlio, una volta diventato un insegnate (l'ottimo Mastandrea), non sa più vedere e che compensa con fumo e alcol.

Livorno torna a mostrarsi popolare e vitale - così come l'avevamo lasciata in Ovosodo.
Tutto - negli anni 60 e 70 - sembra ingenuonuo: le auto, le canzoni, i vestiti; persino i colori "pastellati" da polaroid delle scene.

Raccontare una storia è il pretesto per raccontare la sua fine, la cosa più importante della storia. Perché è il momento del senso, dei rimorsi, delle verità.

Una tempesta perfetta di sentimenti che si alza nell'ultima scena, con il crescendo della canzone e delle parole "...la prima cosa bella...che ho avuto dalla vita... "

E un bagno in mare.
La grande placenta, dove si torna feti felici ancora al riparo dalla nostalgia.